Intervista con Mario Cervi

“Speriamo che la Polonia aiuti a ricomporre i cocci dell’Europa”

Il 4 aprile scorso, il Centro culturale italo-polacco in Lombardia e l’Istituto lombardo per la formazione culturale europea (Ilce) hanno organizzato a Milano una conferenza sul prossimo ingresso della Polonia nell’Unione Europea*. Il console polacco Jerzy Cieslik ha delineato le tappe della trasformazione economica della Polonia dal 1989, soffermandosi ampiamente sui rapporti economici e commerciali maturati in questi anni con l’Italia. Il giornalista Mario Cervi, storico inviato del Corriere della Sera e successivamente fondatore, con Indro Montanelli, de Il Giornale (di cui è stato direttore dal 1997 al 2001), ha raccontato invece le  mutazioni della società polacca osservate in tanti anni di corrispondenze. Mario Cervi è stato infatti testimone del primo viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, nel 1979, e ha poi seguito la nascita e l’evoluzione del sindacato indipendente Solidarność, lo stato di guerra proclamato dal generale Jaruzelski, la Tavola Rotonda fra governo e opposizione, la caduta del comunismo, fino ai primi anni della transizione democratica. Riportiamo di seguito alcune parti del suo intervento e delle risposte date durante il vivace dibattito.

Si aspettava, vent’anni fa, di poter assistere un giorno all’ingresso della Polonia nell’Unione europea?

Non mi aspettavo che saremmo arrivati fino a qui in un tempo relativamente breve, anche se in molti potevamo pensare che il comunismo non avrebbe retto. Forse possiamo rivalutare le parole del presidente americano Ronald Reagan che inizio il suo primo mandato alla Casa Bianca, nel 1981, dicendo che il comunismo sarebbe crollato.

Come giudica il percorso della Polonia?

Mi rendo conto che oggi vengono esposti soprattutto problemi economici. E il tempo della moneta e delle regole commerciali, mentre io da giornalista ho assistito piu che altro al tempo delle passioni. L’atmosfera degli anni ’80 e irripetibile, era allora un’altra Polonia. Daro qualche esempio per capirci. Durante il comunismo, non e che gli indicatori economici non ci fossero; eravamo sommersi di statistiche, solo che erano tutte false, senza alcuna base reale. Lo zloty era la moneta nazionale, ma la moneta „ufficiale” era il dollaro, la valuta del “nemico”: tutti, perfino i bambini, conoscevano il corso dello zloty rispetto al dollaro sul mercato nero e si regolavano di conseguenza! Un altro esempio: il primate Glemp protestava con le autorita comuniste perché la Messa della domenica non veniva trasmessa in televisione, come in tutti i paesi cattolici. Ma si sapeva che la protesta era puramente rituale. Le Messe erano allora dei comizi, le chiese dei centri di resistenza. L’episcopato e lo stesso Glemp non volevano in realta la televisione, perché cosi erano sicuri che la gente avrebbe affollato le chiese e le parrocchie. E la partecipazione fisica dei fedeli, il loro accorrere in massa, era la migliore prova, agli occhi di tutti, che il regime non godeva del sostegno popolare.

Lei ha conosciuto delle figure storiche di quegli anni…

Ho conosciuto Lech Wałesa: era un operaio, una     persona semplice, per così dire limitata culturalmente. Ormai è ai margini della vita politica e la sua parabola si connota oggi di una certa malinconia, forse nell’ordine delle cose. Ma nel contesto di allora, fu un grande simbolo, una forza dotata di eccezionale carisma. Bisogna anche dare atto del ruolo svolto dal generale Jaruzelski. Per come si è sviluppata la transizione polacca, dallo stato di guerra fino alla caduta del regime, salvo deprecabili eccezioni, “i polacchi non sparavano sui    polacchi”. E poi il Papa, il cui ruolo trascende la caduta del comunismo, come dimostra il suo impegno per la pace in Medio Oriente. Credo che anche nella vicenda irachena, Giovanni Paolo II più che “pacifista”, si sia posto nel ruolo di “pacificatore”.

Come spiega una certa nostalgia per il comunismo che pervade oggi la società polacca?

In un certo senso, non mi stupisce. Se proviamo a fare un paragone fra la dittatura comunista, per esempio in Polonia, e una dittatura di destra, come il Cile di Pinochet, vediamo che nel caso cileno, la dittatura non aveva alterato nella sostanza il tessuto socio-economico del   paese. Partito Pinochet e la sua “cupola” di gerarchi, il Cile ha cambiato struttura politica, ma non ha dovuto rimettere in sesto la struttura economica. In Polonia, invece, come negli altri paesi comunisti, il regime è stato veramente totalitario: il tessuto socio-economico è stato stravolto per oltre quarant’anni, rendendo molto più ardua la ricostruzione successiva. La durezza della transizione all’economia di mercato fa sì che ampie fasce della popolazione rimpiangano la sicurezza, pur mediocre, che garantiva il comunismo.

Dove si collocherà, secondo lei, la Polonia nell’Europa allargata?

A dimostrazione che la storia non finisce mai, i Polacchi entrano col cuore lacerato in un’Unione Europea lacerata. Hanno appoggiato l’intervento armato anglo-americano in Iraq, contribuendo a divaricare le posizioni in materia fra gli Stati europei. Oggi, la Polonia pare più filo americana che filo europea. Il momento è quindi molto delicato, perché non esiste una posizione comune nell’UE alla quale i Polacchi si debbano o possano conformare. Dovranno essi stessi concorrere a formarla. Per l’attaccamento ai valori europei che ho  visto nei decenni passati, mi auguro che la Polonia sappia dare un contributo valido e che aiuti a ricomporre i cocci.

a cura di Andrea Morawski
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*Si ringraziano il Consiglio Regionale della Lombardia ed il Consolato Polacco di Milano per il patrocinio e Banca Intesa per aver ospitato la conferenza.

La Polonia ha detto sì all’Unione Europea

Nel referendum popolare del 7 e 8 giugno scorso, i polacchi hanno votato per l’adesione all’Unione Europea. Sul 58,85% degli aventi diritto che si è recato alle urne, il 77,45% ha votato sì, mentre i contrari sono stati il 22,55%.  L’adesione ufficiale della Polonia (e   degli altri paesi candidati) all’Unione europea è stata fissata al primo maggio 2004. Come primo atto, i  polacchi  potranno partecipare, in qualità di elettori ed eletti, al rinnovo del Parlamento europeo, previsto proprio nella primavera del 2004.

Bollettino “Polonia Włoska” numero 2(27)/2003